L’11 marzo in Giappone, 4 anni dopo il Grande Terremoto del Tohoku

Un uomo prega di fronte all'ingresso della Scuola Elementare Okawa a Ishinomaki, nella Prefettura di Miyagi, dove 74 dei 108 studenti sono mancati dopo lo tsunami dell'11 marzo 2011. (Foto: AP)
Un uomo prega di fronte all’ingresso della Scuola Elementare Okawa a Ishinomaki, nella Prefettura di Miyagi, dove 74 dei 108 studenti sono mancati dopo lo tsunami dell’11 marzo 2011. (Foto: AP)

La giornata di ieri, mercoledì 11 marzo, ha segnato per il Giappone il quarto anniversario del Grande Terremoto del Tōhoku (東北地方太平洋沖地震 Tōhoku chihō taiheiyō-oki jishin, Terremoto in alto mare della regione di Tōhoku e dell’Oceano Pacifico) occorso l’11 marzo 2011.

Tutto il Paese si è riunito a pregare per le oltre 18.000 persone – 15.891 morti confermati e oltre 2584 persone ancora non trovate, secondo i dati dell’Agenzia Nazionale di Polizia – mentre moltissimi degli oltre 230.000 sfollati sono ancora impegnati in azioni legali contro il governo e la TEPCO (Tokyo Electric Power Co.), principale compagnia energetica giapponese nonché responsabile dell’impianto nucleare No.1 di Fukushima. Le comunità colpite dal disastro continuano a lottare, con migliaia di evacuati che vivono ancora in alloggi temporanei, inclusi molti di coloro che hanno dovuto abbandonare la propria abitazione a causa delle contaminazioni radioattive seguite alla fusione del nocciolo di Fukushima No.1.

Nella giornata di ieri si sono tenute cerimonie commemorative in tutto il Paese, in particolar modo nelle città circostanti l’area del disastro e a Tokyo, dove l’Imperatore Akihito e l’Imperatrice Michiko hanno reso omaggio alle persone venute a mancare nel peggior disastro nella storia giapponese dal dopoguerra. Un minuto di silenzio è stato osservato alle 14.46, l’ora esatta in cui si scatenò la prima, potentissima, scossa di terremoto che ha causato l’evacuazione forzata di oltre 470.000 persone nei giorni successivi.

Cittadini riuniti a Tokyo osservano un minuto di silenzio alle 14.46, l'ora in cui il terremoto di magnitudo 9.0 ha colpito la regione del Tōhoku. (Foto: Reuters)
Cittadini riuniti a Tokyo osservano un minuto di silenzio alle 14.46, l’ora in cui il terremoto di magnitudo 9.0 ha colpito la regione del Tōhoku. (Foto: Reuters)

Dal 2011 il governo giapponese ha stanziato ingenti fondi per la ricostruzione, ma la strada per un recupero complessivo appare molto lunga e difficoltosa, con il Paese che si trova a fronteggiare diverse problematiche; fra le altre, la contaminazione radioattiva. Nel tardo 2011 il governo aveva dichiarato infatti che la crisi nucleare era pienamente sotto controllo ma, come è lecito aspettarsi, la popolazione, oltre che scettica, era e resta ansiosa per quel che riguarda la sicurezza dell’energia nucleare e la loro propria incolumità.
Tutte le centrali a fissione nucleare in Giappone sono attualmente ferme ma, nonostante le forti opposizioni, le ultime indiscrezioni vedrebbero il governo nella posizione di voler riattivare alcuni reattori sotto nuove condizioni di sicurezza, date la nota insufficienza autoctona, sul territorio nazionale, di combustibili fossili per centrali termoelettriche classiche e l’alto costo legato all’importazione di tali combustibili, nonché di energia elettrica diretta, dall’estero.

In conclusione, la perdita dei propri cari e delle proprie abitazioni, delle proprie cose, è qualcosa di non misurabile, di indicibile, che sovrasta tuttora le persone toccate dai tragici eventi di quattro anni fa, dal terremoto di magnitudo 9.0 e dal conseguente tsunami che hanno colpito la costa nord-orientale del Giappone. Naturalmente ricostruire, letteralmente, dalle fondamenta le proprie vite non è una cosa semplice: è e sarà ancora un processo lento e faticoso. Ma se da un lato il governo e la popolazione non sembrano pensarla allo stesso modo su molti temi, i contenziosi legali con la TEPCO siano ancora in atto e le responsabilità dell’accaduto – in termini di gestione della crisi nucleare ovviamente – ancora da verificare, dall’altro lato è confortante e dà speranza vedere come anche dopo 4 anni l’unità del popolo giapponese nell’affrontare le conseguenze di un evento di tali proporzioni sia più salda che mai.

E direi che non è poco.

#weprayforjapan

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