Sul rischio di essenzializzare una cultura.

Japanese lanterns

Ogni tanto navigando in rete capito su blog, pagine Facebook, siti internet che trattano di Giappone, e noto come spesso queste non facciano altro che parlarne attraverso elementi noti e arcinoti partendo deliberatamente dall’immagine generalmente condivisa nel panorama occidentale di tali elementi. Beninteso, io stesso ho scritto articoli sulla fioritura dei ciliegi – per citare un esempio – e spesso quando tratto di samurai, l’argomento su cui sono più specializzato per così dire, mi capita di cadere in semplificazioni. Ciò che intendo, tuttavia, è che se una persona avesse davvero a cuore la condivisione e la diffusione della cultura giapponese nei termini di ciò che conosce, dovrebbe perlomeno cercare di proporre tali argomenti in un’ottica che non sia quella da “guida turistica al viaggio lampo in Giappone di 5 giorni”.

Questo perché poi leggo commenti tipo:

“Ah, io adoro il Giappone!”
“Non vedo l’ora di partire e fare un viaggio per scoprire il Giappone più esotico!”.

Ci tengo a chiarire: non c’è nulla di male in tutto ciò, tuttavia il Giappone non è solo foto su Instagram di quartieri per così dire “tradizionali” o di geisha a Kyōto che prendono il tè. Non si può parlare di Giappone più esotico, o del “vero Giappone”. Questo perché Giappone è anche il tasso di suicidi da lavoro più elevato del mondo; Giappone è yakuza (malavita organizzata), clientelismo, corruzione; Giappone è 90% dei posti di lavoro nel settore pubblico occupato da uomini. Come in Italia del resto. Anche a me piacciono i fiori di ciliegio, i templi buddisti e tanti di questi elementi che vengono promossi come “tradizionali, veri”. Ma vanno presi con criterio.

Che cosa intendo dire con questo? Non voglio certo spaventare nessuno, appunto anche in Italia c’è tanto di quello schifo… ma pur sempre proporzionale alle meraviglie che solo lo stivale può offrire nel mondo. Ad ogni modo, per fare un esempio, il turista tipo viene in Italia – addirittura spesso etichetta direttamente l’Europa tutta in un’unica soluzione, nemmeno differenziando chessò, l’Italia dall’Inghilterra e la Francia – esclamando che adora la cultura europea, il cibo, la torre di Pisa, il vino, il Colosseo, la torre Eiffel, il fish and chips, le guardie della regina d’Inghilterra… e anche il Duomo di Milano, perché ehi, c’è EXPO 2015!

Ecco, provate a immaginare, non è la stessa cosa dire “adoro il Giappone perché voglio provare ad indossare un kimono, fare la cerimonia del tè e godermi la fioritura dei ciliegi davanti al panorama del Monte Fuji”? Questo processo si chiama “essenzializzazione”, ed è costruito a partire da alcuni elementi considerati, appunto, essenziali, tradizionali di una cultura e che spesso vengono selezionati per via di un distacco che si viene a creare a partire dalla nostra cultura. Significa impacchettare l’altro a partire da ciò che Loro hanno di diverso, strano, esotico, rispetto a noi. L’uomo l’ha sempre fatto e sempre lo farà, ahimè.

Ma tornando al discorso principale, ai media che appunto creano deliberatamente questo esotismo per sfruttarne l’appeal mediatico. Io penso che per imparare qualcosa di una cultura altra si debba farlo con spirito critico, sapendo che c’è dell’altro, de-costruendo questo esotismo da agenzia di viaggi per potersi impregnare di una cultura altra e allora sì, esperire le differenze culturali nella maniera più bella: quella della scoperta di una diversità che è ricchezza. Come la luce tenue e avvolgente delle lanterne giapponesi la sera, che illuminano chi le guarda, ma senza abbagliarne la vista, senza offuscarne la percettività.

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2 thoughts on “Sul rischio di essenzializzare una cultura.”

  1. Spesso, è vero, si sentono dire molte cose tipo quelle che hai citato… a me è capitata una ragazza che mi ha detto “Amo il Giappone perché mi piacciono i cosplay” o “Amo il Giappone perché hanno tutto kawaii”, non nascondo il fatto che il principio della mia passione è stato l’avvicinamento a Sanrio e al mondo degli anime e manga. Una, se così si può definire, banalità che col tempo, crescendo, ho tralasciato per innamorandomi di un paese ai miei occhi perfetto anche se imperfetto.
    Si passa da una cultura di rispetto reciproco a malavita organizzata, da assidui e rispettosi lavoratori ad impiegati che al venerdì sera si ubriacano perché non contenti della loro vita.
    Innamorandomi del Giappone ho accettato sia le cose positive, sia quelle negative… perché il Giappone non è solo Hanami, Tanabata, dango, cerimonie del te e kimono. Si parla di una cultura con radici molto profonde e lontane 🙂

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